Manifestazione con il Movimento Comunista Autorganizzato Spazio Rosso (Sassari).
Manifestazione con il Movimento Comunista Autorganizzato Spazio Rosso (Sassari).

Nappi chi, quello delle gomme?

«Cils-Uil-Cgil vi pagano i padroni sulla nostra pelle»

La tua faccia, la tua faccia.

Non so dire se eri deluso, incazzato o semplicemente spaventato, ma non dimentico la tua faccia. Comunque il messaggio è arrivato di botto, come quando fai incazzare la tua lei/lui e hai poche certezze nella vita tranne che dovresti iniziare ad esercitare le tue doti da invertebrato e strisciare per terra sibilando perdono-carità-perdono! È lì che ho capito – meglio di tanti libroni sulla storia del marxismo, sull’arte della guerra di Sun-Tzu e tutta la raccolta di Limes – la sottilissima ma vitale differenza tra tattica e strategia. La strategia è l’obiettivo finale, il luogo dei sogni, la vetta!

La tattica è non andare ad uno sciopero di operai organizzato dai sindacati confederali a Porto Torres e pensare di essere nelle Asturie durante la grande insurrezione rivoluzionaria del 1934 organizzata dal Sindicato de obreros mineros de Asturias. Quelli – i minatori asturiani - disarmarono in un solo giorno 98 caserme della Guardia Civil, utilizzando lo strumento del proprio lavoro, la dinamite, che possedevano in abbondante quantità. Quegli altri – gli operai di Porto Torres – cumbidavano Digos e carabinieri al bar parlando di figa e derby milanesi. I più radicali tra loro avevano il ritratto di Berlinguer appeso in soggiorno..

Ora mi è tutto chiaro e, a forza di randellate pragmatiche sui denti ho acquisito il severo senso della storia, ma all’epoca, nel 1994, dopo aver letto La breve estate dell’anarchia di Hans Magnus Enzensberger e Senza tregua di Giovanni Pesce diciamo che ero portatore di aspettative più alte. «Così non si fa, ma sei proprio un coglione. Tu non capisci, il partito, la rivoluzione, la classe operaia, la pedagogia rivoluzionaria, la lotta al revisionismo, non hai letto le Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica del compagno Lenin? Andiamo testa di cazzo!» Così, mentre con un braccio ti facevi strada con il baculeddu tra operai panciuti, cronisti armati di taccuino e digossini in cerca di prove, con l’altra mi trascinavi al bar a continuare la lezione di storia del movimento operaio e contadino. Lezione che finì solo quando eravamo tutti cotti e il bus che avevamo noleggiato per portare il verbo della rivoluzione ad una classe operaia ancora immatura per assaltare il cielo, incominciò a strombazzare ritmicamente per farci salire su e tornare all’Emiciclo (perché i Bus nel ’94 parcheggiavano all’Emiciclo!).

Passano un paio di anni, e mi ritrovo in giro a perorare la causa di «Nappi sindagu». Le risposte del sassarese medio erano sostanzialmente due:
risposta A «ma ba, voto mio cugino che è un be simpatico»
risposta B «Ma Nappi chi, quello delle gomme?»

Perché il cognome Nappi era conosciuto in città per le gomme. E invece poi il Nappi più conosciuto sei diventato tu. Non fosse altro perché le strisce bianche con il tuo sambenadu di origine napoletana scritto a caratteri cubitali, nero su bianco, campeggiava ad ogni santissimo semaforo. Prima dei “vaffa”, prima degli youtuber e dei tiktoker, il genio della comunicazione politica rappresentato dalla geometrica potenza di quel gruppo di ragazzi che aveva fondato prima Spazio Rosso e poi Turondola, aveva costretto ogni singolo automobilista a misurarsi con quello slogan rivoluzionario e a dover seguire l’insegnamento di Gramsci “non essere indifferente!”.. Io non potevo votare perché ero pizzinu d’andera, ma, in virtù dell’ammaestramento del vecchio buon Nino, non mi ero certo rassegnato a fare da spettatore.

Avevo ritagliato un articolo di giornale dove campeggiava la tua gobba, il tuo orecchino e i tuoi capelli da rock stars anni settanta. Avevo scritto un mio pensierino da Ghe Guevara delle elementari ed ero andato in giro, da solo e a piedi, per la città, armato di bostik, visto che non conoscevo ancora la colla da parati da mescolare con l’acqua e usare per le locandine, ad attaccare il mio proclama rivoluzionario al popolo di Torres su ogni facciata che mi capitava a tiro: “Vota Nappi – Vota Turondola. La rivoluzione non è un gran galà”. Già, a cose fatte mi ero accorto che la citazione di Mao era sbagliata, ma non credo che una filologia più rigorosa avrebbe cambiato l’esito delle elezioni.
I voti si fermarono poco sopra l’1%, come tutte le liste alterative al sistema che verranno poi presentate negli anni in questa città che non è certo la Stalingrado della Sardegna! La lista sponsorizzata da falce e martello, quattro mori e Groucho Marx non entrò in Consiglio comunale.

Ti ho perso un po’ di vista nel fine anni Novanta, ma poi rieccoci. Tutto mi sarei aspettato alla fine di una giornata come quella del 20 luglio 2001, tranne che vedere, tra fumogeni che offuscavano l’aria e gas urticanti che squagliavano la pelle, la tua silhouette ricurva e armata di bastone da passeggio alla fine dell’ennesima carica a freddo dei carabinieri. «Ma quella maschera antigas ce l’hai perché ha mollato qualcuno? Ajo che ci cumbidiamo che ho vino buono!»

Soltanto tu avresti potuto pensare a bere in mezzo ai lacrimogeni di quella macelleria cilena che fu il G8 di Genova.
Il dopo G8 lo ricordo come tutto un crescendo di progetti, sogni ma anche di mangiate e bevute in giro per la Sardegna. Tu c’eri sempre, spesso lucido e strategico, altre volte incacchiato col mondo come una scimmia urlatrice, altre semplicemente cotto a birra o binu nieddu. Non ho mai conosciuto qualcuno dottor Jekyll e del mr. Hyde come te. Una volta, in una campagna di Bonorva che avevamo eletto a nostro Cominter, dopo una finissima analisi sociale, sei scattato sul baculeddu incazzato perso, hai preso l’auto e ti sei piazzato davanti all’assemblea con gli AC/DC a palla, felice di cagare il cazzo a tutti e mandare a fanculo la risoluzione strategica. Ai nuovi compagni era necessario fare uno specifico corso di formazione sul tuo carattere! Se dovessi descriverti con una sola parola userei “puro”. Puro in tutto, anche nelle cose fastidiose, ma sempre con una sola faccia!

Gli anni passavano intensissimi come un’unica stagione dello spirito e ormai il nostro obiettivo era chiaro: liberare sa Sardigna dae sos meres e sos tzeracos.
2001 inizia la guerra globale permanente dei cowboy e noi manifestazioni alle reti di Teulada e Quirra o sulle barche dei pescatori in cordata davanti ai sommergibili a La Maddalena. 2002 Social Forum a Firenze e noi insieme a baschi e corsi con un nuovo nome fiammante: A Manca pro s’Indipendentzia!
2003 Invasione dell’Iraq con annessi fosforo bianco su Falluja (in salsa diritti umani) e missili all’uranio impoverito su Bagdad (per esportare la democrazia e chie no cheret crepet.. in senso letterale!). Tra grandi bevute e sveglia presto la domenica via a tappezzare la Sardegna: Gherra a sa gherra! A Fora sa NATO! 2004 nasceva il nostro giornale: Sòberania , sovranità in sardo.. tutto un programma!
2005 bo, cosa cazzo è successo nel 2005?
2006….

Già ,il 2006 cambia tutto.
C’è un prima e un dopo 2006
11 luglio 2006, per la precisione.

Ero in Germania, a Dresda, stavo traducendo dal tedesco in italiano per una guida turistica alla Frauen Kirche.
Il messaggio va dritto allo stomaco: «hanno arrestato i compagni. Bastardi!»
Rimetto il cellulare nella tasca. Resetto l’informazione, sorrido ai clienti e continuo a tradurre dal tedesco come fu ricostruita la città dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Il silenzio prima della tempesta. «Pronto?»
«Si pronto, sono Cristiano. Chi hanno preso?»
L’11 luglio se lo ricorda bene questa città. Gli elicotteri che volavano basso sulle case, le sirene della polizia, la folla davanti alla Questura (fronte giardini), “La sfilata dei rivoluzionari rossi” – come titolava la Nuova Sardegna il giorno dopo – davanti ad una popolazione attonita. E fra loro c’eri tu. Il capo dei capi, leader – dicevano le accuse – di ben due organizzazioni guerrigliere, praticamente l’Abimael Guzmán della Sardegna!
Una delle prove a tuo carico era una cena dove tu e Manu avevate degli ospiti a casa e tu gli intimi strafottente come sempre: «non entrate in bagno! Gazz, ho appena mollato una bomba!».

Ti vantavi spesso delle gran cagate che il tuo corpo minuto e malaticcio riusciva a fare e questa ti è costata cara...
La storia che segue la conosciamo: il lungo sciopero della fame dove ci stavi lasciando la pelle, la riunione in via Aurelio Saffi a Nùgoro a decidere se ordinarti di smetterla, le piazze piene di bandiere rosse e 4 mori poi la scarcerazione, i tanti progetti, il rilancio in pompa magna della sinistra indipendentista, perfino le elezioni regionali e poi… la tua uscita da A Manca e tutto che si sfascia.

Quando ti ho rivisto giocavi con Rachele, la tua meravigliosa bambina, ma non riuscivi quasi più a respirare con la maschera dell’ossigeno che ti feriva il volto. Mi parlavi di come ricominciare, che sarebbe arrivata una nuova generazione, che bisognava riprendere il sogno di liberare la Sardegna da vecchi e nuovi colonizzatori. Agli orti di S. Pietro, davanti al feretro vestito con la falce il pugnale che avevo recuperato in qualche cassetto, tra ex compagni, a mala pena ci si salutava.
Lo scorso 28 ottobre, a Sassari, alla manifestazione per la Palestina, ho avuto la tua profezia davanti agli occhi...
Avevi ragione Massimo, una nuova generazione oggi c’è e come dici tu «non si molla un cazzo».
Sa die nostra at a bènnere!

 

Cristiano Sabino

 

 

 

Storie Vere

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