Conoscevo un uomo che viveva in un universo tutto suo. Lo conoscevo da quando eravamo ragazzi, faceva parte del gruppo. Aveva i piedi per terra, ma la testa era altrove. Non sempre, però spesso.
Listen to "Espiazioni - Roberto detto « Pissuri »" on Spreaker.
Un giorno sparì. Lasciò la città, gli amici, tutto. Salì sul monte vicino ad Alghero, nella zona di Valverde, si spogliò dei suoi vestiti e indossò un saio di tela di sacco, legato in vita con una corda. Poi cominciò a camminare.
Arrivò a Villanova Monteleone. La gente si fermava per strada, gli offriva soldi e da mangiare. Il pane lo accettava. I soldi li buttava a terra. Andò avanti. Romana, altri paesi, sempre scalzo. Alla fine arrivò a Porto Torres e salì sulla nave senza biglietto. Nessuno gli disse niente.
Arrivò a Firenze. Girò per Ponte Vecchio con il suo saio e la sua faccia medievale, quasi senza capelli. La gente lo guardava. Rimase due giorni, poi qualcuno gli pagò il biglietto di ritorno.
Tornato in Sardegna andò a vivere a Montedoglia, dov'erano rimaste le vecchie postazioni della contraerea della guerra. Le gallerie erano collegate tra loro e avevano delle piccole cellette dove dormivano i soldati. Lui ne usava due.
Noi andavamo a trovarlo. Portavamo da mangiare, da bere. Non voleva soldi. La prima volta che ci andai avevo un pezzo di hashish in tasca e gli chiesi, ingenuamente, se fumava ancora. Mi disse di sì, eccome. E riprese le sue vecchie abitudini.
Aveva diciannove, vent'anni, come noi.
Dopo due o tre anni lasciò Montedoglia e andò a San Pietro di Sorres, una chiesa con un monastero del Trecento, frati che cantavano in gregoriano. Rimase meno di un anno. Ci andai a trovarlo alcune volte, mangiai con lui nella mensa comune. Ma tra lui e i frati non c'era un gran rapporto. Credente lo era, a modo suo.
Poi tornò ad Alghero e si sistemò in una grotta, nella zona chiamata Le Croci, sulla strada per Bosa. Erano due grotte piccole. Una era la camera da letto, l'altra la dispensa, con un fuoco che accendeva sotto un'apertura nel soffitto. Fuori c'era un terrazzamento e il panorama era bellissimo. Più in basso scorreva un ruscello con l'acqua fredda, dove lui si lavava e noi d'estate andavamo a rinfrescarci.
Lì ci rimase cinque o sei anni. Coltivava marijuana, una decina di piante nascoste tra i cespugli. Non lo diceva, ma lo sapevamo. Ogni volta che andavamo c'era dell'erba. Un giorno, facendo un giro, spostai dei rami appoggiati a un cespuglio e vidi il cerchio delle piante. Non dissi niente.

Fu solo più tardi che capii cosa c'era dietro a tutto questo.
Prima della sua conversione, chiamiamola così, lui e un gruppo di amici stavano d'estate a Tramariglio, sulla strada per Capo Caccia. C'era una vecchia colonia penale di Mussolini, con gli ovili e le stalle. Avevano occupato una parte dell'ovile. Al centro cresceva una pianta di marijuana grande, con il tronco grosso. Stavano tutto il giorno a fumare e ogni tanto scendevano al mare.
Appena sotto di loro c'era una casa bella, con un giardino. Ci abitava in vacanza il Generale Santovito. Una notte, mezzi fatti, entrarono in quella casa e rubarono quello che trovarono. Qualche arma antica, cose di poco conto. Una stupidaggine.
Il problema era che il Generale Santovito era il capo dei servizi segreti italiani. Li sgamarono subito, erano appena più su. Li portarono in carcere a Sassari. Lui parlò, in cambio della libertà. Gli altri rimasero dentro. Alcuni si fecero diversi anni. Due di loro, li conoscevo, gli avrebbero fatto la pelle volentieri.
Lui aveva vissuto tutto quello che era venuto dopo come un'espiazione.
L'ultima volta che lo incontrai ero sulla strada per Bosa. Sembrava uscito da un quadro di Bosch. Barba enorme, completamente pelato, gli occhi spiritati. Si fermò. Non mi riconosceva.
Gli dissi: — Sono io. Sono Luciano.
Allora cominciò a parlare. Disse cose orribili su persone che conoscevamo. Capii che era andato. Completamente.
Mi dispiacque, perché aveva avuto un ictus lassù nella grotta. Una persona gli aveva detto di venire in ospedale, lo aveva implorato. Lui non aveva voluto. Alla fine lei era riuscita a portarcelo, ma era rimasto paralizzato da una parte. Adesso si trascinava.

Lo rividi un'altra volta, sempre sulla strada per Bosa. Ero in moto. Mi fermai e per scherzo gli dissi: — Documenti.
Non mi aveva riconosciuto. Aveva una stampella in mano e cominciò a colpirmi. Gliela presi, la buttai da una parte.
Gli dissi: — Sei completamente pazzo.
Poi accelerai e me ne andai.
Non l'ho più visto. Non so se sia vivo o se sia morto.
Luciano Mura - Alghero
Registrato da Francois nel settembre 2025
Spiegazione in lingua francese
